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"Rio rappresenta il mio esordio a una Paralimpiade: tanta emozione ma anche tanta voglia di portare alta la bandiera italiana"

I muscoli in tensione, un respiro profondo, uno sguardo rigido verso il bersaglio, la concentrazione, poi il colpo che fende l’aria e il silenzio di fine agosto del poligono di Padova. Un attimo di attesa e il gesto si ripete ancora e ancora.

Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

Seguita dallo sguardo dell’allenatrice Maura Genovesi (con lei a destra nella foto), esperta tiratrice che ha vissuto l’emozione dell’olimpiade a Pechino nel 2008, Nadia impugna la pistola e continua a provare: una serie di movimenti ritmici e cadenzati provati chissà quante volte dal 2011, da quando ha deciso di appassionarsi a questo sport, bruciando le tappe e inanellando successi e soddisfazioni personali come le due medaglie d’argento ai campionati europei del 2014 e del 2015 o il bronzo ai mondiali dello stesso anno: «Inizialmente era una passione, poi ho conosciuto una persona che mi ha dato alcune dritte, ho fatto il corso, lui è diventato il mio allenatore e poi il mio compagno di vita. Non mi sono nemmeno accorta di quello che ho fatto, ho solo pensato a fare del mio meglio».

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Il suo meglio l’ha portata in alto, a Rio: unica rappresentante femminile italiana del tiro a segno tra gli atleti disabili e normodotati e la dimostrazione che non c’è limite di età per approcciarsi a una nuova disciplina.

Basta avere la voglia di mettersi in gioco e la mente elastica necessaria in uno sport dove l’equilibrio è fondamentale e nel quale spesso l’avversario da battere non è di fianco, ma è intimo, personale: «Il tiro a segno insegna metodo e rigore focalizzando la concentrazione in un punto senza pensare ad altro. Devi combattere contro te stesso, è un confronto interiore con i più grandi timori della vita». Nadia Fario attraverso questo sport ha trovato la calma e la serenità per convivere con la sclerosi multipla, supportata anche all’Aspea, associazione padovana, una delle poche in Italia che promuove attività sportive per persone con disabilità, che le ha dato la possibilità di girare l’Europa e confrontarsi con vari atleti. Determinanti sono stati anche i giochi paralimpici di Londra 2012 che hanno avuto visibilità maggiore e più ampia copertura mediatica: «Vedere in televisione un disabile che fa sport per uno che è a casa con la sua malattia o paraplegia è un invito a partire con una nuova vita, perché la disabilità non è rinchiudersi, ma rimettersi in gioco».

Nadia sa che la paralimpiade è il punto più alto nella carriera di un atleta, sa che dovrà vedersela con atlete preparate come l’iraniana Sareh Javanmardidodmani o la macedone Olivera Nakovska-Bikova, ma la tiratrice padovana ha imparato a guardare dritto, puntando un obiettivo alla volta: «Non bisognerebbe mai accontentarsi, dicono, e per questo mi piacerebbe davvero salire sul podio».

- See more at: http://www.difesapopolo.it/Rubriche/Speciali/Paralimpiadi-Rio-2016/Tutta-l-emozione-della-debuttante-Nadia-Fario-alle-Paralimpiadi-di-Rio#sthash.JntUlgCE.dpuf

I muscoli in tensione, un respiro profondo, uno sguardo rigido verso il bersaglio, la concentrazione, poi il colpo che fende l’aria e il silenzio di fine agosto del poligono di Padova. Un attimo di attesa e il gesto si ripete ancora e ancora.

Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

Seguita dallo sguardo dell’allenatrice Maura Genovesi (con lei a destra nella foto), esperta tiratrice che ha vissuto l’emozione dell’olimpiade a Pechino nel 2008, Nadia impugna la pistola e continua a provare: una serie di movimenti ritmici e cadenzati provati chissà quante volte dal 2011, da quando ha deciso di appassionarsi a questo sport, bruciando le tappe e inanellando successi e soddisfazioni personali come le due medaglie d’argento ai campionati europei del 2014 e del 2015 o il bronzo ai mondiali dello stesso anno: «Inizialmente era una passione, poi ho conosciuto una persona che mi ha dato alcune dritte, ho fatto il corso, lui è diventato il mio allenatore e poi il mio compagno di vita. Non mi sono nemmeno accorta di quello che ho fatto, ho solo pensato a fare del mio meglio».

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Il suo meglio l’ha portata in alto, a Rio: unica rappresentante femminile italiana del tiro a segno tra gli atleti disabili e normodotati e la dimostrazione che non c’è limite di età per approcciarsi a una nuova disciplina.

Basta avere la voglia di mettersi in gioco e la mente elastica necessaria in uno sport dove l’equilibrio è fondamentale e nel quale spesso l’avversario da battere non è di fianco, ma è intimo, personale: «Il tiro a segno insegna metodo e rigore focalizzando la concentrazione in un punto senza pensare ad altro. Devi combattere contro te stesso, è un confronto interiore con i più grandi timori della vita». Nadia Fario attraverso questo sport ha trovato la calma e la serenità per convivere con la sclerosi multipla, supportata anche all’Aspea, associazione padovana, una delle poche in Italia che promuove attività sportive per persone con disabilità, che le ha dato la possibilità di girare l’Europa e confrontarsi con vari atleti. Determinanti sono stati anche i giochi paralimpici di Londra 2012 che hanno avuto visibilità maggiore e più ampia copertura mediatica: «Vedere in televisione un disabile che fa sport per uno che è a casa con la sua malattia o paraplegia è un invito a partire con una nuova vita, perché la disabilità non è rinchiudersi, ma rimettersi in gioco».

Nadia sa che la paralimpiade è il punto più alto nella carriera di un atleta, sa che dovrà vedersela con atlete preparate come l’iraniana Sareh Javanmardidodmani o la macedone Olivera Nakovska-Bikova, ma la tiratrice padovana ha imparato a guardare dritto, puntando un obiettivo alla volta: «Non bisognerebbe mai accontentarsi, dicono, e per questo mi piacerebbe davvero salire sul podio».

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Nadia Fario chiude la sua paralimpiade con un 12° e 14° posto. Nadia ha pagato con un po' di emozione la sua partecipazione alla paralimpiade. Già parteciparVi è stato un traguardo che 4 anni neanche poteva immaginarlo. Grazie Nadia

I muscoli in tensione, un respiro profondo, uno sguardo rigido verso il bersaglio, la concentrazione, poi il colpo che fende l’aria e il silenzio di fine agosto del poligono di Padova. Un attimo di attesa e il gesto si ripete ancora e ancora..

Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

"Rio rappresenta il mio esordio a una Paralimpiade: tanta emozione ma anche tanta voglia di portare alta la bandiera italiana"

I muscoli in tensione, un respiro profondo, uno sguardo rigido verso il bersaglio, la concentrazione, poi il colpo che fende l’aria e il silenzio di fine agosto del poligono di Padova. Un attimo di attesa e il gesto si ripete ancora e ancora.

Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

Seguita dallo sguardo dell’allenatrice Maura Genovesi (con lei a destra nella foto), esperta tiratrice che ha vissuto l’emozione dell’olimpiade a Pechino nel 2008, Nadia impugna la pistola e continua a provare: una serie di movimenti ritmici e cadenzati provati chissà quante volte dal 2011, da quando ha deciso di appassionarsi a questo sport, bruciando le tappe e inanellando successi e soddisfazioni personali come le due medaglie d’argento ai campionati europei del 2014 e del 2015 o il bronzo ai mondiali dello stesso anno: «Inizialmente era una passione, poi ho conosciuto una persona che mi ha dato alcune dritte, ho fatto il corso, lui è diventato il mio allenatore e poi il mio compagno di vita. Non mi sono nemmeno accorta di quello che ho fatto, ho solo pensato a fare del mio meglio».

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Il suo meglio l’ha portata in alto, a Rio: unica rappresentante femminile italiana del tiro a segno tra gli atleti disabili e normodotati e la dimostrazione che non c’è limite di età per approcciarsi a una nuova disciplina.

Basta avere la voglia di mettersi in gioco e la mente elastica necessaria in uno sport dove l’equilibrio è fondamentale e nel quale spesso l’avversario da battere non è di fianco, ma è intimo, personale: «Il tiro a segno insegna metodo e rigore focalizzando la concentrazione in un punto senza pensare ad altro. Devi combattere contro te stesso, è un confronto interiore con i più grandi timori della vita». Nadia Fario attraverso questo sport ha trovato la calma e la serenità per convivere con la sclerosi multipla, supportata anche all’Aspea, associazione padovana, una delle poche in Italia che promuove attività sportive per persone con disabilità, che le ha dato la possibilità di girare l’Europa e confrontarsi con vari atleti. Determinanti sono stati anche i giochi paralimpici di Londra 2012 che hanno avuto visibilità maggiore e più ampia copertura mediatica: «Vedere in televisione un disabile che fa sport per uno che è a casa con la sua malattia o paraplegia è un invito a partire con una nuova vita, perché la disabilità non è rinchiudersi, ma rimettersi in gioco».

Nadia sa che la paralimpiade è il punto più alto nella carriera di un atleta, sa che dovrà vedersela con atlete preparate come l’iraniana Sareh Javanmardidodmani o la macedone Olivera Nakovska-Bikova, ma la tiratrice padovana ha imparato a guardare dritto, puntando un obiettivo alla volta: «Non bisognerebbe mai accontentarsi, dicono, e per questo mi piacerebbe davvero salire sul podio».

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Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

Seguita dallo sguardo dell’allenatrice Maura Genovesi (con lei a destra nella foto), esperta tiratrice che ha vissuto l’emozione dell’olimpiade a Pechino nel 2008, Nadia impugna la pistola e continua a provare: una serie di movimenti ritmici e cadenzati provati chissà quante volte dal 2011, da quando ha deciso di appassionarsi a questo sport, bruciando le tappe e inanellando successi e soddisfazioni personali come le due medaglie d’argento ai campionati europei del 2014 e del 2015 o il bronzo ai mondiali dello stesso anno: «Inizialmente era una passione, poi ho conosciuto una persona che mi ha dato alcune dritte, ho fatto il corso, lui è diventato il mio allenatore e poi il mio compagno di vita. Non mi sono nemmeno accorta di quello che ho fatto, ho solo pensato a fare del mio meglio».

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Il suo meglio l’ha portata in alto, a Rio: unica rappresentante femminile italiana del tiro a segno tra gli atleti disabili e normodotati e la dimostrazione che non c’è limite di età per approcciarsi a una nuova disciplina.

Basta avere la voglia di mettersi in gioco e la mente elastica necessaria in uno sport dove l’equilibrio è fondamentale e nel quale spesso l’avversario da battere non è di fianco, ma è intimo, personale: «Il tiro a segno insegna metodo e rigore focalizzando la concentrazione in un punto senza pensare ad altro. Devi combattere contro te stesso, è un confronto interiore con i più grandi timori della vita». Nadia Fario attraverso questo sport ha trovato la calma e la serenità per convivere con la sclerosi multipla, supportata anche all’Aspea, associazione padovana, una delle poche in Italia che promuove attività sportive per persone con disabilità, che le ha dato la possibilità di girare l’Europa e confrontarsi con vari atleti. Determinanti sono stati anche i giochi paralimpici di Londra 2012 che hanno avuto visibilità maggiore e più ampia copertura mediatica: «Vedere in televisione un disabile che fa sport per uno che è a casa con la sua malattia o paraplegia è un invito a partire con una nuova vita, perché la disabilità non è rinchiudersi, ma rimettersi in gioco».

Nadia sa che la paralimpiade è il punto più alto nella carriera di un atleta, sa che dovrà vedersela con atlete preparate come l’iraniana Sareh Javanmardidodmani o la macedone Olivera Nakovska-Bikova, ma la tiratrice padovana ha imparato a guardare dritto, puntando un obiettivo alla volta: «Non bisognerebbe mai accontentarsi, dicono, e per questo mi piacerebbe davvero salire sul podio».

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Sono gli ultimi allenamenti di Nadia Fario prima della partenza a Rio de Janeiro, in Brasile: ad attenderla c’è la paralimpiade, la prima per la tiratrice padovana impegnata venerdì 9 settembre nella gara a 10 metri, tutte donne, con pistola ad aria compressa e mercoledì 14 settembre in quella a 50 metri, mista, con pistola a fuoco. Una debuttante di 51 anni con un bagaglio pieno di sentimenti mescolati tra gioia, emozione e paura: «C’è ansia, voglia di vincere nel cuore e tutte le paure in testa – confida Nadia – Tutti i miei mostri si riaffacciano, ma cerco di viverla serenamente. Mi sono guardata e riguardata il poligono di Rio via internet per immaginarmi come sarà. A pensarci, con il pubblico attorno, mi vengono i brividi».

Seguita dallo sguardo dell’allenatrice Maura Genovesi (con lei a destra nella foto), esperta tiratrice che ha vissuto l’emozione dell’olimpiade a Pechino nel 2008, Nadia impugna la pistola e continua a provare: una serie di movimenti ritmici e cadenzati provati chissà quante volte dal 2011, da quando ha deciso di appassionarsi a questo sport, bruciando le tappe e inanellando successi e soddisfazioni personali come le due medaglie d’argento ai campionati europei del 2014 e del 2015 o il bronzo ai mondiali dello stesso anno: «Inizialmente era una passione, poi ho conosciuto una persona che mi ha dato alcune dritte, ho fatto il corso, lui è diventato il mio allenatore e poi il mio compagno di vita. Non mi sono nemmeno accorta di quello che ho fatto, ho solo pensato a fare del mio meglio».

Il suo meglio l’ha portata in alto, a Rio: unica rappresentante femminile italiana del tiro a segno tra gli atleti disabili e normodotati e la dimostrazione che non c’è limite di età per approcciarsi a una nuova disciplina.

Basta avere la voglia di mettersi in gioco e la mente elastica necessaria in uno sport dove l’equilibrio è fondamentale e nel quale spesso l’avversario da battere non è di fianco, ma è intimo, personale: «Il tiro a segno insegna metodo e rigore focalizzando la concentrazione in un punto senza pensare ad altro. Devi combattere contro te stesso, è un confronto interiore con i più grandi timori della vita». Nadia Fario attraverso questo sport ha trovato la calma e la serenità per convivere con la sclerosi multipla, supportata anche all’Aspea, associazione padovana, una delle poche in Italia che promuove attività sportive per persone con disabilità, che le ha dato la possibilità di girare l’Europa e confrontarsi con vari atleti. Determinanti sono stati anche i giochi paralimpici di Londra 2012 che hanno avuto visibilità maggiore e più ampia copertura mediatica: «Vedere in televisione un disabile che fa sport per uno che è a casa con la sua malattia o paraplegia è un invito a partire con una nuova vita, perché la disabilità non è rinchiudersi, ma rimettersi in gioco».

Nadia sa che la paralimpiade è il punto più alto nella carriera di un atleta, sa che dovrà vedersela con atlete preparate come l’iraniana Sareh Javanmardidodmani o la macedone Olivera Nakovska-Bikova, ma la tiratrice padovana ha imparato a guardare dritto, puntando un obiettivo alla volta: «Non bisognerebbe mai accontentarsi, dicono, e per questo mi piacerebbe davvero salire sul podio».

 

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